PUBBLICO ESERCIZIO
Concorrenza sleale
offerte parallele soggette a regole diverse provocano una vendita incontrollata di cibi e bevande
di Aldo Cursano
Da tempo il settore dei Pubblici Esercizi si sta interrogando sui risvolti di un mercato volto alla libera concorrenza dell’offerta gastronomica. Da più parti si è cominciato a parlare di programmazione sostenibile in antitesi alla liberalizzazione delle licenze. È del tutto evidente che in un mondo in continua evoluzione non si può rimanere ancorati al passato, ma è necessario guardare avanti.
L’importante è riuscire a farlo senza scardinare gli equilibri finora esistenti. Si pone allora la necessità di salvaguardare l’interesse degli operatori al mutare dei tempi e della domanda se non si vuole avere una situazione ingestibile. Se questo non accadrà al rischio di emanare provvedimenti inefficaci, che rappresenta il vero problema da risolvere, si aggiungerà la beffa di provvedimenti all’apparenza retrogradi, antiliberali e dai contorni persino razzisti, come sono state definite le ordinanze anti-kebaberie di Lucca e Prato.
Non vi è dubbio che la programmazione economica per quote di mercato come avveniva una volta vada rivista e magari sostituita con una programmazione sostenibile in grado di selezionare le diverse aree del territorio.
Il principio deve essere quello di capire quali sono le aree dove un Esercizio Pubblico aggiuntivo non inficia sul governo della zona. In Toscana, per esempio, è possibile aprire un’attività di Pubblico Esercizio con una semplice Dia (dichiarazione di inizio attività). E non a caso in questa regione molti Sindaci hanno emesso ordinanze nel tentativo di gestire una situazione che sembrava sfuggire loro di mano.
Eppure l’esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Già anni fa la riforma del commercio aveva portato alla scomparsa dei piccoli negozi di vicinato. Pian piano sono scomparsi soprattutto al Nord e nei grandi centri le attività di prima necessità. Pescherie, macellerie, fruttivendoli hanno via, via abbassato le loro saracinesche e l’offerta è trasmigrata all’interno di Centri Commerciali e della Grande Distribuzione. Si è così perso quel valore aggiunto fatto di fiducia, del rapporto umano e di conoscenza diretta fra cliente e commerciante.
Pubblici Esercizi
ed Artigiani
Lo stesso sta accadendo nei Pubblici Esercizi in assenza di una ridefinizione e riqualificazione del mercato. Ciò che mette a rischio il corretto funzionamento del settore dei consumi fuoricasa e quindi il suo equilibro è la creazione di offerte parallele con fortissimi similitudini per quanto riguarda la domanda, ma con regole molto diverse di comportamento a cui sono sottoposti gli operatori. Ma mentre sono molto chiare le differenze di regole, risulta molto meno chiaro al consumatore la differenza fra mercati di offerta molto simili fra loro.
Questa mancanza di distinzione crea confusione. I consumatori sono convinti che tutti possano servire tutto e si ritrovano scaraventati in un caos che inevitabilmente si ripercuote sul governo delle città, tanto che le Pubbliche Amministrazioni cominciano ad interrogarsi sulle iniziative da intraprendere per cercare di gestire l’offerta. La sensazione è quella di trovarsi in un mercato divenuto ormai selvaggio.
Non a caso i Governatori hanno capito che esiste un problema da risolvere che parte proprio da una sorta di babele commerciale in cui si ritrova la società non più capace di orientarsi su quali siano i posti adatti a determinati consumi.
In una situazione di siffatta promiscuità è difficile spiegare al consumatore la differente tipologia di offerta. Detto in altri termini, si è prodotta una concorrenza sleale fra artigiani ed esercenti, con il conseguente proliferare di una movida sregolata dovuta alla vendita incontrollata di cibi e bevande. Nessun cittadino sospetta minimamente che pizzerie a taglio, kebaberie, rosticcerie o friggitorie non sono pubblici esercizi, ma artigiani. E che come tali, pur facendo troppo spesso servizio ai tavoli e servendo bevande anche alcoliche (attività che non compete loro) non sono soggetti al rispetto di tutte le norme imposte invece a baristi, ristoratori, stabilimenti balneari e via dicendo.
I Sindaci, invece, conoscono bene queste differenze e per questo si ingegnano in ordinanze varie che, a leggere bene fra le righe, sono tutte accomunate da una stessa filosofia di base: affidare ai soggetti in possesso di requisiti morali e di etica professionale la responsabilità sociale del controllo del territorio nei momenti più delicati. L’esempio del provvedimento del questore di Firenze durante la partita di Champions, Fiorentina-Liverpool, ha dimostrato che solo gli Esercenti, per la loro professionalità, possono gestire la somministrazione e vendita di alcol anche nei momenti più “caldi”. La rimozione del divieto di alcol per i Pubblici Esercizi durante l’incontro di calcio, con le strade piene dei temutissimi hooligan, non ha prodotto i paventati disordini ed ha tramutato questa esperienza in un “caso Firenze” positivo e da imitare.

