Il Credito:un bene o un diritto?

INCHIESTA

Il Credito:un bene o un diritto?

le banche rispondono alle critiche degli esercenti raccolte da mixer

di Nicola Varcasia
I
n questa inchiesta troverete pareri discordi e singolari convergenze. Accade così in ogni inchiesta, a maggior ragione in questa, che tratta di accesso al credito. Un argomento più caldo che mai, come sa bene chi ogni giorno porta avanti la sua piccola impresa e come hanno confermato le interviste che  MIXER ha pubblicato nello scorso numero, facendo emergere alcuni punti critici nel rapporto con gli Istituti di Credito.
Il Direttore di Fipe-Confcommercio Edi Sommariva un mese fa ha sollevato il problema politico del rapporto tra Imprese e Banche: ha evidenziato come la leva finanziaria sia diventata strategica per competere e come su questo gli elementi di criticità siano molti e tuttora irrisolti.
Va tutto male, quindi? Certo che no. E non solo perché l’Ocse ha recentemente fatto salire l’Italia al sesto posto tra le economie più ricche al mondo, mettendola davanti a quella inglese.
Il punto è che, grazie anche al fatto che la crisi pare aver allentato la sua morsa (ma questo è ancora tutto da dimostrare) si intravedono spiragli che dovrebbero avere un effetto positivo anche sul fronte della concessione dei crediti alle Pmi. Resta che molti lamentano tempi troppo lunghi e snervanti per la concessione del finanziamento richiesto, una lungaggine che si affianca alla concessione di cifre spesso molto inferiori alle attese. Se si aggiunge la richiesta di garanzie dalla Banca che, soprattutto per i giovani, sono quasi impossibili da “esibire” se non ricorrendo al sostegno familiare, il quadro è tutt’altro che roseo.
La politica
delle banche

Per approfondire la questione, abbiamo chiesto a quattro interlocutori di esporre il proprio punto di vista, a partire dal presidente Fipe, Lino Enrico Stoppani che ha introdotto la questione facendo leva su un fatto da cui non si può prescindere: «Oggi il credito viene erogato solo ed esclusivamente sulla valutazione dei bilanci, spesso difficili anche da leggere». Giovanni Da Pozzo, Presidente di Fimpromoter, fa emergere il ruolo sempre più centrale del Sistema dei Confidi, per la PMI in generale e i Pubblici Esercizi in particolare.
Si scontrano o incontrano diversi modi di “fare Banca”: quello storicamente più legato al territorio tipico dell’ambito cooperativistico e delle Banche Popolari e quello più “internazionale”, ma non per questo meno presente sul territorio, dei grandi Istituti di Credito.
Da qui, gli ultimi due interventi. Il primo di Maria Letizia D’Abbondanza, Responsabile Marketing Piccole Imprese di UniCredit, che ha presentato il progetto, già operativo, SOS Impresa Italia; il secondo, di Angelo Porro, Direttore Generale della Cassa Rurale e Artigiana di Cantù.
Qualunque sia la parte della barricata in cui si “milita” non si può affermare che questa situazione di difficoltà sia tutta colpa dei famigerati e troppo rigidi accordi di Basilea 2 che penalizzano la PMI italiana.  La sfida è aperta.


Serve un confronto costante

Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe e consigliere della Banca Popolare di Sondrio
Dottor Stoppani, il problema dell’accesso al credito continua ad assillare molti esercenti dei Pubblici Esercizi. Dal suo osservatorio privilegiato, come giudica questo momento?

La premessa da fare è quanto mai doverosa: le Banche, per loro natura, devono fare attenzione alla qualità del credito. Tanto più in un momento come questo, in cui la crisi di liquidità ha inciso sugli indici di patrimonialità delle Banche.
È sempre facile criticare il loro lavoro ma, se il denaro è diventato una merce rara, gli istituti di credito premieranno i clienti che danno più garanzie. Detto questo, non è che non si possano e debbano muovere delle critiche al sistema o ai rimedi che vengono presentati.

Può farci un esempio?
Le aggregazioni nel sistema bancario, con la nascita di grandi Istituti, hanno allontanato le Banche dal cliente, oggi spesso gestito da “Corporate Office” lontani dall’impresa e quindi spesso incapaci a valutarne meriti, capacità, serietà, intraprendenza, etc. L’affidamento quindi è spesso pesato sulle garanzie o sui valori economico-patrimoniali dell’impresa e quasi mai sulle idee e le capacità dell’imprenditore. Anche i “Tremonti bonds”: messi a disposizione del sistema bancario, sono prodotti assai onerosi, non offrono la deducibilità fiscale degli interessi passivi che le Banche pagherebbero, viene imposta una politica di distribuzione dei dividendi, è richiesta la sottoscrizione di un codice etico di non facile applicazione, anche un iter complicato e quindi  rappresentano una “mezza” soluzione ai problemi del credito.
Resta il fatto che molti piccoli imprenditori si scontrano con delle lungaggini scoraggianti…
Bisogna fare dei distinguo. Le lungaggini che caratterizzano le grandi Banche derivano da complesse procedure di istruttoria  per gli affidamenti, indispensabili per tenere controllati operazione delicate e complesse. Il sistema delle Banche Popolari, delle Casse Rurali e Artigiane, invece, ha  un approccio molto più semplificato ed elastico, con tempi molto più contenuti, che nasce dal quotidiano contatto con la clientela.

Superato questo problema, si presenta quello delle garanzie patrimoniali, che spesso vengono vissute da chi richiede un finanziamento come un modo elegante per sentirsi dire di no.
È spesso vero e ritorniamo al modo di fare ora credito, In passato, per il banchiere era fondamentale conoscere direttamente le imprese del proprio territorio, in modo da poter riconoscere il valore della persona sul campo, le sue capacità, la sua esperienza, anche la sua intraprendenza. Così, la garanzia diventava un fatto sussidiario. Oggi, invece, il credito viene erogato solo ed esclusivamente sulla valutazione dei bilanci, spesso difficili anche da leggere.

In che senso?
Per una Banca, è sempre più difficile e anche poco prudente finanziare, per esempio,  un’azienda in perdita, ma dietro la perdita ci possono essere certamente difficoltà, ma anche ammortamenti per investimenti, un carico fiscale che azzera gli utili per effetto dell’I.R.A.P., sopravvenienze passive, fattori esterni, climatici, logistici, che condizionano il business  e tanti altri fattori, che andrebbero valutati.  È l’uomo che fa l’impresa, con i suoi pregi e difetti, e solo con un rapporto di costante confronto si può valutare correttamente il suo bisogno di credito. Ecco quindi l’importanza del primo contatto, del funzionario di banca cioè che raccoglie le istanze dell’impresa e le trasferisce in una istruttoria di fido, dove devono essere considerati i valori immateriali dell’azienda,  identificabili nell’avviamento dell’impresa e nella personalità complessiva dell’imprenditore.

In questo c’entra anche Basilea 2?
Basilea 2 ha una sua logica corretta: tanto valgo tanto ottengo, sia in termini di credito sia di condizioni del credito. Va fatta però una valutazione integrata del business e non il solo accostamento matematico tra il bilancio di un’azienda e il sistema di internal rating. Il valore di un’azienda non si otterrà mai con un semplice calcolo.

Come arginare il problema?
Rispondendo in maniera adeguata anche alla fondamentale esigenza delle Banche di vedersi tutelate nell’erogazione del credito che è il loro lavoro.
è possibile rafforzando i Sistemi dei Confidi, puntando nel contempo a una loro razionalizzazione, incentivando la patrimonializzazione delle imprese, investendo sul private-banking, semplificando le procedure di recupero dei crediti, intervenendo sulla deducibilità fiscale delle sofferenze bancarie,etc.  Però, non bisogna pretendere dalle Banche ciò che non possono dare o fare. È il sistema pubblico, integrandosi naturalmente con opportune iniziative bancarie, a dover favorire l’erogazione del credito a chi si dimostra meritevole.

Come va intesa, allora, la cosiddetta funzione sociale delle Banche?
Ha più significati: è il sostegno alle imprese e ai territori in cui operano, l’assistenza alla clientela sui progetti di sviluppo e al reperimento delle risorse necessarie, il presidio sugli aspetti sociali, formativi, storico-culturali  delle realtà in cui operano, agendo nel proprio interesse e a favore del tessuto economico del Paese.

Dobbiamo ridurre al minimo i rischi
Giovanni Da Pozzo, presidente di Fimpromoter
Dottor Da Pozzo, al di là degli annunci sulla ripresa dell’economia, la percezione di molti imprenditori del settore dei Pubblici Esercizi è che la stretta non sia finita, soprattutto per ciò che concerne i rapporti con gli Istituti di Credito.
È indubbio che dal secondo semestre del 2008 il problema del credito si sia acuito soprattutto nei confronti delle PMI. La crisi finanziaria ha portato ad una ulteriore contrazione dei parametri patrimoniali. Una delle conseguenze di questo fenomeno è l’adozione di criteri ancora più selettivi nella concessione del credito che, a causa di nuovi aspetti burocratici, incide anche sulle tempistiche.

È così per tutte le banche?
Stiamo verificando che gli Istituti con una concezione più localistica riescono a dare risposte in tempi più brevi. Gli altri che si sono strutturati a livello nazionale impiegano maggior tempo a rispondere. Bisogna prenderne atto, anche se c’è una forte volontà politica di creare meccanismi più fluidi, come gli Accordi Quadro a livello regionale, le Convenzioni con le camere di Commercio e altre iniziative.

Qual è il problema principale oggi per quanto riguarda l’accesso al credito?
Certamente quello delle garanzie: per gli Istituti di Credito è diventato ancora più importante che in passato ridurre al minimo i rischi con la richiesta di garanzie reali, sussidiarie o accessorie, come quelle offerte dai Confidi. Siamo perfettamente consapevoli che quello delle nostre PMI è un sistema sottopatrimonializzato, ma purtroppo, le norme di Basilea 2 incidono proprio su di esse.

In che senso?
Sui piccoli finanziamenti, e quindi sulle PMI, pesa un aggravio di richieste e di garanzie molto maggiore rispetto al passato, che penalizza le start up e, in generale, l’accesso al credito degli imprenditori.

Qual è il ruolo dei confidi in questo quadro?
In questi ultimi otto o nove anni l’attività dei Confidi è cresciuta nell’ordine del 60/80%. Questo dato dimostra quanto essi siano utili nei svariati settori dell’economia in cui operano. Naturalmente, rispetto alla massa dei volumi del mercato creditizio in Italia, la loro incidenza è ancora minima ma, per quanto il problema dell’accesso al credito non sia semplice da affrontare, la strada in qualche modo è tracciata. Certo, l’ideale sarebbe quello di cambiare i parametri di Basilea 2 perché mediamente, i dati patrimoniali delle nostre piccole imprese non sono soddisfacenti per i criteri richiesti dall’accordo internazionale, ma questo è del tutto improbabile che accada e quindi bisogna trovare soluzioni alternative.

Per esempio?
Quella a cui si accennava prima: la valorizzazione del sistema creditizio localistico e interregionale, che si sta mostrando in grado di meglio valutare gli elementi quantitativi e qualitativi che insieme fanno la storia di un’Azienda.

Tornando al punto di partenza, come sostenere lo scetticismo in cui i piccoli imprenditori del settore dei Pubblici Esercizi rischiano di cadere?

Prendendo atto delle criticità che caratterizzano questo settore dell’economia, che si contraddistingue per un altissimo turnover e una grande concentrazione di start up. Questa atipicità rispetto ad altre PMI impone l’individuazione di un rapporto nuovo e più soddisfacente per le necessità degli imprenditori, le richieste del sistema creditizio e la turnazione elevata: con questa consapevolezza, bisogna sollecitare le Associazioni di Categoria a rafforzare il proprio grado di rappresentatività, tenendo sempre a mente che il credito è un bene, non un diritto.

Non guardiamo solo al bilancio
Maria Letizia D’Abbondanza, Responsabile Marketing Piccole Imprese di UniCredit
Dottoressa D’Abbondanza, non vogliamo girarci attorno, secondo l’esperienza di molti piccoli imprenditori le Banche “usano” Basilea 2 come uno spauracchio per non concedere crediti.

Credo che prima di tutto sia necessario fare chiarezza sul quadro complessivo: la crisi che stiamo affrontando è una delle più gravi degli ultimi anni e le piccole imprese italiane stanno registrando due fenomeni differenti: da un lato una crisi di liquidità dovuta all’allungamento dei tempi di pagamento, da un altro lato una contrazione del fatturato e degli ordini che hanno determinato una diminuzione della domanda di credito a livello di sistema. Certo, è necessario considerare che anche per le Banche è cresciuto il rischio legato all’attività creditizia e ciò impone da parte nostra un’attenta valutazione dei nostri clienti e della loro capacità di far fronte alla crisi. Fare questo è innanzitutto un nostro dovere. Non possiamo, infatti, mettere a disposizione credito qualora non ne ricorrano le condizioni, rischieremmo di non tutelare i depositi dei nostri correntisti e i risparmi di chi ha avuto fiducia in noi. D’altra parte però, è anche nostro dovere sociale cercare di supportare tutte le Aziende meritevoli in temporanea difficoltà a superare la crisi, ed è per questo che abbiamo lanciato numerose iniziative volte a sostenere le Aziende con prodotti ed interventi innovativi.

Ma Basilea 2 che cosa c’entra?
Questa attenzione particolare deriva anche da un obbligo imposto dalla normativa su Basilea 2. Tuttavia, UniCredit si contraddistingue per adottare un approccio flessibile che non si limita alla sola lettura dei bilanci, ma tiene in considerazione anche altri aspetti più “qualitativi” dell’Azienda, come le capacità dell’imprenditore, la sua storia, le prospettive di crescita.
Chiaramente, la prima cosa che la Banca guarda è la capacità di rimborsare il finanziamento attraverso la stabilità e la linearità dei flussi finanziari aziendali e l’equilibrio fra incassi e pagamenti. Per esaminare questi elementi, insieme alla valutazione “dinamica” dei bilanci aziendali, si devono considerare i dati economico/patrimoniali in divenire (come ad esempio nei business plan), oltre a considerare i comportamenti che l’Azienda adotta nei rapporti bancari e tutta una serie di fattori qualitativi che devono essere presi in considerazione per avere un giudizio complessivo della richiesta.
I nostri numeri lo dimostrano: nei primi 10 mesi del 2009 UniCredit ha erogato oltre 8,8 miliardi di finanziamenti a breve e a medio-lungo termine a circa 110 mila Aziende, rispondendo positivamente alle richieste di tre piccole imprese su quattro (a fine ottobre il tasso di accettazione delle richieste di credito era pari al 79%, addirittura in crescita rispetto al 74% dello scorso novembre). A testimonianza del fatto che non guardiamo solo il bilancio, consideriamo che circa il 40% delle aziende di capitali o in contabilità ordinaria che finanziamo ha un ROE inferiore al 2%.

Resta il fatto che molti imprenditori vivono l’accesso al credito come una chimera lamentanto tempi troppo lunghi per la concessione dei finanziamenti…
Grazie alla nostra struttura specializzata– segnalo che Unicredit è l’unica banca ad avere oltre 300 centri dedicati solo alle Piccole Imprese, con oltre 2.500 consulenti, oltre alle nostre filiali sul territorio - abbiamo sensibilmente ridotto i tempi medi di risposta alle richieste di finanziamento delle piccole imprese che sono, ad oggi, inferiori ai 10 giorni. Al di là di questo, noi siamo sempre alla ricerca di migliorare la capacità di assistere i clienti e va precisato che per UniCredit la valutazione del finanziamento avviene pratica per pratica, sulla base di un’attenta ponderazione di tutti gli elementi che contribuiscono alla valutazione dell’Azienda nel suo complesso e di come la richiesta di affidamento incide sul suo equilibrio finanziario. Questo avviene grazie alla combinazione di un sistema di rating interno e di una squadra specializzata di uomini sul territorio che consente di distinguere le Aziende in momentanea difficoltà e, quindi, meritevoli di un aiuto per superare questa fase di crisi, da quelle che invece presentano difficoltà più strutturali e che necessitano di valutazioni più approfondite.

Quali sono le vostre iniziative specifiche per le piccole imprese in crisi?
Con il progetto “Impresa Italia” abbiamo messo a disposizione 7 miliardi a condizioni agevolate per favorire l’accesso al credito da parte delle piccole imprese italiane  che hanno le carte in regola per uscire dalla crisi. Con questo progetto, realizzato di concerto con le Associazioni di Categoria e i Confidi, il trend delle delibere è superiore ai 40 milioni di euro a settimana, arrivando a un plafond complessivo di erogato di circa 630 milioni a più di 6.200 aziende. Un lavoro capillare realizzato con la sigla di oltre 450 convenzioni con Confidi e Associazioni su tutto il territorio nazionale e che a settembre si è ulteriormente evoluto.

Come?
Con il progetto “SOS Impresa Italia”, che rappresenta un’ulteriore evoluzione del progetto “Impresa Italia” ed incorpora e amplia anche la Convenzione ABI–MEF per la moratoria dei debiti delle imprese a cui UniCredit ha aderito. Con “SOS Impresa Italia”, infatti, UniCredit Group, insieme a Confcommercio (e quindi valido anche per Fipe), Confartigianato, Cna, Casartigiani e e recentemente anche con le Associazioni dell’Agricoltura, ha realizzato un piano di interventi mirato per quelle Aziende che, pur strutturalmente sane, rischiano oggi la chiusura a causa del perdurare dell’attuale situazione di forte difficoltà economica e della domanda. Complessivamente sono previste 80 “task force” (30 operative a livello regionale e 50 a livello provinciale), impegnate a prendere in esame le situazioni di disagio creditizio segnalate dalle Associazioni di Categoria delle piccole imprese. Le nuove task force istituite da UniCredit saranno quindi dei veri e propri tavoli di confronto locali con la funzione di valutare, caso per caso, le richieste delle piccole imprese in difficoltà ed individuare le soluzioni più efficaci per dare loro un’opportunità per il rilancio. I primi tavoli sono già stati attivati a Torino, Roma, Palermo, Firenze, Bologna, Napoli e Modena, oltre a circa 30 tavoli locali con i Confidi. E presto anche in Lombardia sarà istituita la prima task force regionale.
Ci può indicare i risultati di questo progetto?
Nei primi due mesi  più di 7.000 le imprese in difficoltà sono state già “sostenute” e potranno continuare normalmente la propria attività. Oltre 5.000 di esse sono state assistite nella regolarizzazione e nel rispetto dei pagamenti. Altre 2.000 circa hanno ottenuto nuovi finanziamenti o una riarticolazione dell’indebitamento per affrontare al meglio le nuove esigenze emerse dal mutato contesto economico.

La garanzia è un impegno morale e finanziario
Angelo Porro, direttore generale della Cassa Rurale e Artigiana di Cantù
Direttore Porro, nel perdurare di questa crisi molti indicano nel Credito Cooperativo una delle modalità più efficienti per rispondere alle esigenze delle PMI. Perché?

Le Banche di Credito Cooperativo vivono il territorio nella sua realtà, ossia, si sono costituite negli anni integrandosi nel tessuto imprenditoriale in cui operano, cercando di fare del proprio meglio per rispondere al tipo di problematiche specifiche che sorgono nell’area di riferimento. Questo, d’altra parte, fa sì che ogni nostra BCC sia un’entità originale dalle altre e abbia un suo modo di porsi, pur all’interno di un indirizzo unico.

Nella vostra esperienza, come si declina l’impegno per accorciare i tempi di risposta alle richieste di finanziamento?
Sappiamo benissimo che quando un imprenditore viene in Banca a chiedere un finanziamento per la propria attività non ha molto tempo a disposizione. La difficoltà di oggi è che quasi nessuna richiesta di affidamento è una pratica “normale” ma va esaminata a fondo per valutarne la sostenibilità. Poi, eccezion fatta per le operazioni di piccola  entità, ogni richiesta segue la sua procedura interna che in periodi particolari come l’attuale, porta in alcuni casi ad allungare i tempi di risposta. La nostra ricetta per ovviare a questa problematica, cercando di dare risposta almeno entro i trenta giorni, è quella di valutarne la sostenibilità finanziaria facendo subito presente al nostro interlocutore l’eventuale mancanza di requisiti.

Il problema, però, almeno nel settore dei Pubblici Esercizi, è proprio quello delle risposte negative…
Può essere vero, ma il malumore nasce soprattutto se un imprenditore rimane in ballo a lungo e poi non ottiene niente. Di fronte ad una risposta chiara, è più corretto lasciare la possibilità immediata di tentare altre strade: è inutile tenere aperta una pratica per troppo tempo e poi dare risposte negative.

Quali criteri utilizzate rispetto alla determinazione dell’entità dell’affidamento?
Diverse volte ci siamo scontrati con la necessità di dire no a richieste che provengono da persone corrette e meritevoli. Anche in questo caso, la questione è semplice da esprimere, ma al tempo stesso problematica, in quanto coinvolge il destino imprenditoriale di persone e aziende. Se un progetto che sulla base dei preventivi, richiedeva duecentomila euro e, a consuntivo, cresce a quattrocento mila euro, c’è da chiedersi come l’imprenditore potrà far fronte all’investimento. Ho in mente due pratiche relative a persone corrette che sono diventate pesanti da sostenere: l’uscita dall’investimento iniziale avverrà in tempi molto più lunghi del previsti.

Le regole di Basilea 2 come influiscono?
I criteri stringenti di Basilea 2 per le BCC sono piuttosto “annacquati”. Nel corso degli oltre cento anni di storia, il nostro Istituto ha costruito un patrimonio consistente che permette di affrontare meglio i requisiti richiesti. Nel nostro metodo di valutazione il rating non fa la differenza. Parlo naturalmente per la Cassa Rurale e Artigiana di Cantù. Ciò non significa che siamo di “manica larga”: la Banca deve porre i giusti interrogativi al fine di valutare correttamente una posizione.

Concludiamo con una domanda da… avvocati del diavolo: significa sempre e solo che le Banche danno soldi a chi già li ha?
La garanzia è un impegno prima di tutto morale e poi finanziario. Per non sfuggire la provocazione rispondo con un’altra provocazione: un tempo la parola data era la parola data, la cambiale era… la cambiale. Purtroppo, oggi c’è meno correttezza di una volta: lo riscontro lavorando sul territorio. Allora, la richiesta di garanzia supplisce a questa carenza, non dimenticando che anche oggi, a volte, basta ancora la parola data.